Augusto Comandante dei Vigili del Fuoco

1946 - 1956

Tratto dal “Libro il Ponte, Oh Asmara, Asmara!)

La situazione incominciò a complicarsi dopo la guerra con l’occupazione britannica. Gli inglesi erano indubbiamente buoni amministratori, ma fu proprio con la loro presenza che prese corpo il famoso fenomeno degli shifta e nel contempo incominciarono a germogliare movimenti politici, alcuni tendenti all’indipendenza e altri propensi ad una amministrazione inglese, italiana o etiopica, movimenti che presto dalle parole passarono ai fatti e si incominciò a sparare.

Così, nel 1950 le Nazioni Unite inviarono un loro rappresentante, il boliviano Edoardo Anze Matienzo,con lo scopo di organizzare libere elezioni. Matienzo, un bel signore sulla quarantina, venne anche invisita alla caserma dei pompieri, di cui ero il Comandante. Assistette ad alcune esercitazioni e mi rilasci ò, sulla comune fotografia, una cordiale dedica. Credo che nel loro cuore la maggiore parte degli eritrei gradissero l’indipendenza, previo un periodo preparatorio di amministrazione fiduciaria italiana o inglese. Gli anziani che erano ben consci di ciò che l’Italia aveva loro dato propendevano per la prima, mentre i giovani, sospinti dal desiderio di scrollarsi di dosso i padroni italiani, propendevano per la seconda. Ma poi prese anche corpo l’idea di una amministrazione etiopica e successivamente quella di una vera e propria federazione, sotto la corona reale di Hailè Sellassiè.

 

Le difficoltà economiche finirono quando mi fu affidato il comando del Corpo dei pompieri, perché il comune di Asmara oltre a un discreto stipendio, ci dette casa e macchina.

 

Una vita più tranquilla iniziò per tutti noi quando il municipio di Asmara mi affidò il comando del Corpo dei vigili del fuoco. Si trattava di una sessantina di ex militari italiani che facevano parte del nucleo dei pompieri militari presenti in Asmara fin dalla guerra e che erano passati dallo stato militare a quello civile. Al loro comando vi era un ingegnere, ex maggiore del Genio, che rimpatriò. A quanto mi disse il sindaco, quando mi offrì di sostituirlo, si trattava di individui indisciplinati e violenti. Quel comandante aveva poca autorità, anche perché invece di starsene in caserma, faceva gli affari suoi come professionista e così pure i sottufficiali che inquadravano quei vigili. Ci voleva un comandante energico, forte, capace di mantenere l’autorità. Qualcuno fece il mio nome. Asmara era una piccola città e gli italiani si conoscevano tutti benché fossero a quel tempo parecchi. Qualcuno nel fare il mio nome probabilmente disse che ero un tipo energico, che avevo praticato sia pure in forma dilettantistica lotta e pugilato. Ma quello che credo contò fu un fattaccio di cui certo non mi glorio. Venni a diverbio, in una via di Asmara, con un camionista che a tutti i costi voleva passare dove non si poteva. Ne venne una lite. Lui cercò di colpirmi con il cric, io lo tirai giù dall’automezzo e gli diedi una buona lezione a suon di pugni, benché anche lui fosse di proporzioni fisiche notevoli. La cosa fu risaputa e, tenendo conto che ero stato durante la guerra, ufficiale del Genio, la scelta cadde su di me, che subito accettai, pur senza sapere che anche lì avrei dovuto usare la forza per mantenere la disciplina. A Monza, una decina di anni fa, conobbi un ex ufficiale dei vigili del fuoco l’ingegner Spasciani, ormai in pensione, che quando era in servizio aveva raggiunto il grado di generale. Divenimmo amici e volle sapere come avevo ottenuto un posto così ambito senza un regolare concorso e senza avere una conoscenza specifica nel campo. Quando glielo raccontai rimase di stucco e ci rimase ancora di più quando gli raccontai che quei pompieri erano un insieme di disperati che ne combinavano di tutti i colori pur di essere rimpatriati.

Correva voce ad Asmara che era pericoloso chiamarli, perché quello che non distruggeva il fuoco lo facevano loro a colpi di ascia. Ricordo che una settimana dopo aver assunto quel comando venne in caserma a lamentarsi un povero diavolo che aveva una baracca dove faceva il sapone. Gli era occorso un piccolo incendio e benché forse si sarebbe potuto spegnere senza i pompieri, questi furono chiamati da alcuni passanti. Alla fine della baracca e relative attrezzature non rimase più nulla. Fu così che dal sindaco ebbi i pieni poteri. Si trattava di individuare il capoccia che istigava gli altri e dargli una solenne lezione. Così fu, anche se alla luce del buon senso questo metodo appare oggi illogico e improponibile. Anzi un ufficiale che si permette di mettere la mani addosso ad un subalterno, finirebbe, in un ambiente normale, sotto processo. Ma quelli erano tempi particolari. Individuato il capoccia e nonostante le raccomandazioni dei sottufficiali che ben lo conoscevano per la sua pericolosità, lo affrontai. Non avevo praticamente altra alternativa. Per di più ero sostenuto dall’autorità da cui dipendevo. Mi andò bene. Quel tizio ricevette una solenne lezione. Si fece una decina di giorni di ricovero per le ammaccature riportate nella colluttazione e da quel momento il Corpo diventò comandabile, e tutto finì bene. Quel tizio ottenne anche il risultato che ambiva, quello di essere rimpatriato e prima di partire venne a trovarmi e riconobbe che il suo comportamento era stato esecrabile e che si era meritato la lezione. Riconobbe che ero stato fortunato. Riandando con la memoria al fatto, ricordo perfettamente che lo avevo invitato in ufficio. Il mio scopo era parlargli, e farlo ragionare. Ma quando entrando in ufficio mi disse, dandomi del tu, che ero uno str..., e che non avrei dovuto permettermi di convocarlo, facendo seguire a tale incoraggiante esordio il rovesciamento sulla scrivania di una boccetta di inchiostro che schizzò da tutte le parti ed anche sulla mia divisa, mi costrinse a saltare con un balzo il tavolo ed a colpirlo con estrema forza all’addome ed al mento, sollevandolo poi di forza sulla spalla e buttandolo fuori dalla finestra. Il salto nel vuoto fu di un paio di metri perché l’ufficio era al piano rialzato, ma sufficiente per procurargli ferite multiple per le quali fu trasportato al pronto soccorso. Un brigadiere dei carabinieri di servizio all’ospedale venne subito in caserma con l’intenzione di procedere contro l’aggressore, ma quando seppe il fatto e dopo un colloquio con l’Ufficiale inglese che stava al di sopra del Sindaco, e che era al corrente della situazione, se ne tornò sconsolatamente a mani vuote. Il tutto ebbe un seguito in tribunale, ma finì nel nulla perché il suo avvocato chiese pubblicamente scusa per conto del suo cliente. Da quel momento la caserma divenne una vera caserma dei vigili del fuoco. Orari, rispetto, attenzione sugli incendi, ginnastica, e tutto nel migliore dei modi. Come funziona una caserma dei pompieri? 0 per lo meno come funzionava quella di Asmara? Vi erano due squadre, una in servizio per venti quattro ore e l’altra a riposo. La squadra di servizio comprendeva un sottufficiale e una ventina di uomini. Alcuni dovevano essere sempre pronti ad uscire con l’autopompa e gli altri facevano esercitazioni e controllovano macchine e materiali per averli sempre efficienti. Normalmente ogni giorno c’erano un paio di chiamate per incendi, poi interventi con l’autogrù e con l’autoscala per salvare persone in pericolo o ricuperare animali rimasti intrappolati sui tetti, oppure entrare dalle finestre per aprire le porte delle persone che avevano smarrito le chiavi o perché l’acqua proveniente da rubinetti, lasciati inavvertitamente aperti, inondava l’appartamento sottostante. Vi sono stati anche vari casi di esplosione di bombole di gas con conseguente demolizione di strutture murarie. Poi recupero di persone, specie giovani, annegate nei vari laghetti situati intorno alla città. Durante il periodo di dieci anni in cui rimasi al comando vi furono incidenti di una certa gravità, come una guerriglia fra cristiani e musulmani che si bruciavano i negozi a vicenda. Furono giorni difficili perché la polizia sparava e decine di facinorosi impedivano ai vigili di intervenire. Durante il periodo degli scifta, di cui ho accennato, furono incendiate anche fattorie agricole di italiani nei dintorni di Asmara, e noi dovemmo intervenire. Due cose furono impegnative: un corso di pompieristica in lingua inglese per ufficiali e sottufficiali britannici e la formazione di un Corpo di pompieri indigeni per sostituire gli ex militari che premevano per il rimpatrio. Ambedue furono duri, il primo data la mia scarsa conoscenza dell’inglese, che pur avevo accuratamente studiato. Dovevo prepararmi per ore e ore il giorno prima, studiando e ripetendo ciò che dovevo dire fino alla nausea. Fu un successo, specie per le esercitazioni pratiche, e ne ebbi un encomio scritto dal comandante inglese. Il secondo durò circa sei mesi e fu particolarmente compito dei sottufficiali. Non fu facile, specie per alcune tecniche di intervento come quello di montare scale appoggiate o controventate o di salire e scendere con scale a gancio, con un uomo in spalla, oltre alle varie tecniche di spegnimento di un incendio, e i pericoli che si possono incontrare. La ginnastica al castello di manovra fu tremendamente dura perché occorre forza fisica, non in armonia con la struttura muscolare degli indigeni, più adatta per la velocità che per la forza. Alla fine ne venne fuori un buon Corpo che si affiancò a quello italiano per circa un anno, dopo di ché fu in condizioni, sia pure gradualmente, di procedere da solo.

Al termine di dieci anni dal 1946, io fui trasferito alla direzione tecnica dell’acquedotto di Massaua che andava rifatto di sana pianta e il Corpo fu integrato con quello dei vigili urbani, con un solo comandante. Ricordo del periodo in cui io ero il comandante alcuni episodi. Annessa al Corpo vi era un’autorimessa per i vari servizi municipali, e fra questi quello funebre con due carri. Alla loro guida vi era un autista specializzato per quel compito. Come è ben noto il carro funebre deve procedere lentamente perché al seguito vi è il corteo dei parenti e amici a piedi; altri sono in macchina, ma debbono comunque procedere lentamente. Una mattina vi era un trasporto da fare già stabilito, quindi non rimandabile, madei due autisti del carro uno era malato e l’altro in ferie. Dal comune ordinarono di rimediare con un autista dei pompieri. Demmo l’incarico al più calmo. Si mise la divisa e si accinse alla guida. Mentre il corteo procedeva verso il cimitero scoppiò un incendio e le autopompe con le sirene sfrecciarono a fianco del corteo. Non so cosa successe nella testa del pompiere che guidava il carro funebre. Sta di fatto che improvvisamente innestò la marcia e la sirena e lasciando tutti a bocca aperta, sfrecciò anche resto era già noto e la gente si sbellicava dalle risa. Altro servizio pompieristico era il servizio di vigilanza nei cinema e nei teatri. Nei tratti di prospicienti gli stessi vi erano divieti di sosta per agevolare lo sgombro in caso di incendio. Una volta andai al cinema con la mia macchina di servizio e la parcheggiai nel tratto in divieto. A un certo punto la maschera venne a chiamarmi. Mi voleva un ufficiale inglese della polizia stradale. Vi andai e, nonostante il fatto che ero in divisa e lui ben mi conosceva, alzò la voce invitandomi a togliere la vettura dal luogo dove l’avevo posteggiata. Gli dissi che come pompiere ero sempre in servizio e che la macchina sarebbe rimasta lì e che il suo tono non era confacente, scortese e inaccettabile. Non va dimenticato che gli inglesi erano l’autorità occupante e che quindi avevano ogni potere. Ma io resistetti alla sua ingiunzione per una questione di dignità. Mi fece rapporto e dopo un paio di settimane fui chiamato dal Sindaco che, pur sapendo che avevo ragione, mi dette una lavata di capo. Ebbi modo di restituire pane per focaccia. Qualche mese dopo, a una decina di chilometri circa da Asmara, stavamo spegnendo un incendio di un’autobotte piena di gasolio che era precipitata dalla scarpata. Sulla strada c’era la nostra motopompa con l’autobotte che naturalmente la ostruivano. Per caso, quello stesso ufficiale della polizia, giunse in quel frattempo e, per passare con la sua vettura, mentre io mi trovavo sotto la scarpata a dirigere le operazioni di spegnimento, di autorità e senza avvertirmi fece fermare e spostare la motopompa. Subito corsi su e lo trovai che oramai si stava allontanando. Tramite il sindaco gli feci rapporto e so che ricevette una solenne lavata di capo dai suoi superiori. Qualche anno dopo ci incontrammo, ci riconoscemmo e facemmo la pace, bevendoci su un bicchierino in un bar. In quel tempo successe un fatto che poteva essere tragico ma fortunatamente fini solo con l’essere buffo. Premetto che quando avvenne questo incidente, il Municipio, in attesa che venisse liberata una casetta in muratura, mi alloggiò con la famiglia in una casetta prefabbricata in legno sita quasi di fronte ai pompieri, molto comoda perché, se necessario, sarei stato pronto ad intervenire subito. Una notte, saranno state le quattro, improvvisamente si senti contro l’angolo della casa, dove c’era la nostra camera da letto, un urto tremendo e la casa tremò. Come detto a quel tempo c’erano gli scifta, quindi la prima idea che ci colse fu proprio quella. Al buio gridai alla famiglia di nascondersi sotto i letti e io armato con il fucile, che avevo in dotazione, strisciando sul pavimento aprii con cautela la porta d’ingresso e, dopo essermi assicurato che non c’era nessun scifta, uscii. Era successo che un guardiano notturno dell’autorimessa degli autobus cittadini, ne aveva preso di nascosto uno per allenarsi nella guida, e quando giunse vicino alla mia casa, mentre sterzava per girare, perse il controllo e come un proiettile finì contro il muro di recinzione e, dopo averlo demolito, entrò nel cortile e finì contro l’angolo dalla casa quasi sfondandolo. Se questo fosse successo io e Alma ci saremmo trovati l’autobus nel letto. E passiamo ora a un altro episodio però tragico. Come è noto i pompieri festeggiano ogni anno la festa di santa Barbara. È il quattro Dicembre È il quattro Dicembre e in quella occasione si fanno in caserma esercitazioni alla presenza di autorità e di pubblico. Cosi fu.

Eravamo nel 1951. Fra le autorità il Governatore inglese, il Sindaco, il Capo della polizia e altri. Il programma preparato era vasto. Gare di montaggio scale sia appoggiate che controventate. Esercizi di discesa dal castello di manovra a due funi e a una fune. Esercitazioni di salvataggio e altri. Tutti i vigili erano impegnati. Il vigile Sarchielli Luigi doveva salire al terzo piano del castello di manovra tramite una scala a pioli metallica fissata alla parete per salvare una persona. Mentre saliva di corsa perse la presa e cadde all’indietro morendo sul colpo. Nelle sue vicinanze vi era il vigile Cacciagli Riccardo che sconvolto, scagliò a terra l’elmetto con rabbia prestandogli il primo soccorso. Fu trasportato d’urgenza all’ospedale, ma purtroppo non ci fu più niente da fare. Questo tragico fatto fu da me utilizzato anni più tardi, durante una seduta ipnotica sul ritorno della memoria. Cercherò di fare chiarezza. Eravamo nel 1959 a casa di Angelo Di Falco ex infermiere dell’ospedale Regina Elena di Asmara. Lo conobbi quando fu esposta nella camera mortuaria la salma del famoso capo bandito Hailè Abbai ucciso dall’italiano Faranda come già raccontai.

Con Di Falco si svilupparono rapporti di amicizia, ma poi per un po’ci perdemmo reciprocamente di vista. Ci rincontrammo agli inizi del 1959. Seppi che aveva un forte potere ipnotico e che con alcuni amici faceva esperimenti. Mi invitò a parteciparvi. Anche dopo le prime serate permaneva in me un certo scetticismo. Le domande e le risposte potevano benissimo essere state concordate prima. Fra i partecipanti il più sensibile era Cacciagli. Angelo lo faceva stendere sul letto, lo ipnotizzava e poi gli ingiungeva di dormire e di entrare in un sonno più profondo. In quello stadio, diceva l’ipnotizzatore, il soggetto superava le barriere del mondo sensibile ed entrava in contatto con il suo spirito guida (ogni essere umano ne avrebbe uno). In quello stato acquisiva una sensibilità extrasensoriale ed era in grado di vedere cose che da sveglio non avrebbe potuto vedere e dare risposte a domande che da sveglio non sarebbe stato in grado di dare. Provai a mettermi nelle mani un oggetto qualsiasi e, a domanda, Cacciagli diceva cosa avevo in mano. Oppure provai a chiedere dove si trovava un certo comune amico in quel momento. Una volta rispose che era in un certo cinema, in che fila e cosa faceva in quel momento. Era come se lo vedesse. Fra i vari esperimenti i più interessanti furono quelli del ritorno della memoria. Quando Cacciagli era in sonno ipnotico profondo gli si poteva chiedere di dire cosa faceva in un certo anno, in un certo giorno e in un certo momento. Una volta disse che stava facendo il bagno in piscina e che l’acqua era fredda. Un’altra volta si mise a piangere perché un certo zio Cocco non gli voleva comprare il gelato che lui invece voleva. Un’altra ancora era al night club e si stava divertendo con una ragazza. Si tentò di risalire a prima della nascita, ma la risposta alle domande era sempre il silenzio. Sembrava che anche i lineamenti del suo viso si distendessero come se fosse morto e inesistente. Questo tentativo di risalire a prima della nascita fu ripetuto anche con altri soggetti, ma il risultato fu sempre lo stesso, cioè nullo. Il mio scetticismo era quasi superato. Decisi comunque di fare una prova che, se avesse dato il risultato che attendevo, lo avrebbe completamente eliminato. Chiesi ad Angelo che domandasse a Cacciagli, mentre era in sonno profondo, di descrivere quello che vedeva la mattina del 4 Dicembre del 1951 verso le ore 11,00. Disse che era in corso la celebrazione della festa di Santa Barbara alla caserma dei pompieri. Descrisse ciò che avveniva e che fra le autorità vi erano il Governatore, il Sindaco, e altri personaggi dell’élite di Asmara. Ad un certo momento tirò un urlo. Disse che Sarchielli era caduto dalla scala proprio ai suoi piedi. Incominciò a tremare e Angelo, ad evitare complicazioni, lo svegliò. Gli chiedemmo se si ricordava di aver urlato e disse di no, né si ricordava ciò di cui era stato nuovamente testimone, sia pure come ricordo vissuto. Gli esperimenti del comportamento in stato ipnotico effettuati da Angelo non erano quindi truccati, erano veri.

A seguito alcune foto che sono collegabili al racconto di cui sopra.

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Augusto con gli Ufficiali del Comando Militare inglese che lo misero a capo del corpo dei vigili del fuoco subito dopo la guerra nel 1943

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Augusto durante le esercitazioni pubbliche dei vigili del fuoco, che venivano fatte ogni anno

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Augusto durante le esercitazioni pubbliche dei vigili del fuoco, che venivano fatte ogni anno salendo sul castello di prova con un ipotetico ferito da salvare

006 007

Così, nel 1950 le Nazioni Unite inviarono un loro rappresentante, il boliviano Edoardo Anze Matienzo,con lo scopo di organizzare libere elezioni. Matienzo, un bel signore sulla quarantina, venne anche in visita alla caserma dei pompieri, di cui ero il Comandante. Assistette ad alcune esercitazioni e mi rilasci ò, sulla comune fotografia, una cordiale dedica.

008

Asmara, 1952 - Caserma dei Vigili del fuoco. Visita da parte del boliviano Dr. Anze Matienzo, inviato delle Nazioni Unite.

Da sinistra a destra: Augusto Robiati, il Dr. Dionisio (sindaco di Asmara), il Dr. Matienzo e l’ufficiale britannico sovraintendente al Municipio.

009

Augusto con Cacciagli, che si trova nel racconto

010

Augusto Robiati con il Dr Dionisio Sindaco della citta’ di Asmara