Avventure africane di Augusto Robiati

Mio padre inizio’ la sua avventura africana nel 1935 con la sua andata in Eritrea per la costruzione della Teleferica trifune piu’ lunga del mondo (83 Km) che serviva a collegare il porto di Massawa con la citta’ di Asmara e che serviva a portare materiali e munizioni per l’esercito che all’epoca aveva in Eritrea 400,000 soldati predisposti per l’invasione dell’Ethiopia da parte dell’Italia.

Fu assunto dalla Impresa che doveva costruire la teleferica, LA CERETTI E TANFANI.

Il periodo africano termina nel 1962 quando rientra definitivamente in Italia.

Qui a seguire ho inserito l’inizio di questa storia tratta dal suo libro “Il Ponte; Oh Asmara Asmara!!!”

Dopo una parte iniziale di alcune pagine, abbiamo inserito il link da cui leggere o scaricare tutto il suo libro che e’ esaustivo. Buona lettura.

 avv.africa 1 avv.africa 2

In breve.

Augusto arriva in Eritrea nel 1935 in nave, si dedica al lavoro della teleferica con  la Ceretti e Tanfani poi si trasferisce in Ethiopia con la Impresa Sabic e con l’impresa Colombo a fare lavori stradali. Inizia la guerra e viene mandato come ufficiale del Genio Militare sul fronte di Cheren a contrastare l’avanzata inglese. Incontra Alma sua futura moglie. Viene fatto prigioniero dagli Inglese, Scappa dal Forte Baldissera. Finisce la guerra in Eritrea, amnistia. Si sposa con Alma. Dirige la centrale per l’acqua di Vallegnecchi. Fa il contadino per sopravvivere. Poi viene assunto dagli Inglesi per ricostruire e dirigere il corpo dei vigili del fuoco. Dopo qualche anno viene assunto all’ufficio tecnico del Municipio di Asmara. Poi viene trasferito a Massawa per ricostruire l’acquedotto di dogali con la stazione di captazione clorinazione e pompaggio, tutta la linea fino a Massawa e la rete di distribuzione. Rientra in Italia nel 1962.

Augusto vince il primo premio del Concorso Nazionale lanciato dal Inner Wheel (Rotary Club) dal titolo ESPERIENZA AFRICANE

Il ponte

L’Africa Orientale Italiana

I Periodo - dal 1935 al 1941

 

Non ricordo quale fu l’impatto sulla famiglia della mia assunzione alla Ceretti e conseguente partenza per l’Eritrea. Sarei salpato da Napoli ai primi di Settembre 1935 su un piroscafo da carico adibito anche a trasporto passeggeri. Certo in famiglia si era consci dell’utilità di tutto ciò, sia per motivi economici, sia perché si pensava che fosse giunto il momento per me di iniziare una vita indipendente, traguardo a cui ogni giovane aspira. Avevo oramai ventitrè anni. Vi era però il fatto affettivo. Nonostante le mie passate birichinate o malefatte ero il cocco della mamma e certo per lei fu un trauma. Solo oggi che sono genitore mi rendo conto di ciò. Per quanto riguarda il viaggio, a quel tempo ci si muoveva da casa poco. Credo che l’unico viaggio fatto, nella loro vita, dai miei genitori fu quello di nozze a Venezia. Che emozione! Io avrò fatto, con treni e aerei, almeno come tre volte il giro della terra, e oggi per me viaggiare è solo un fastidio. Ma a quei tempi invece la prospettiva di quel viaggio era allettante. Mia madre si preoccupò subito - da persona pratica com’era - del vestiario. L’unica sartoria che dava affidamento, era a suo parere ’l’Unione Militare ed è là che andammo. Mi confezionarono due divise complete, tipo militare, con giacca sahariana e stivaloni. Tutto di lana. Questi abiti si rivelarono adatti per l’altopiano eritreo dove la temperatura è sempre fresca e, durante i mesi invernali, anche fredda. Ma per il bassopiano no. Io sarei arrivato a Massaua in pieno Settembre e li è ancora estate, con temperature prossime ai quaranta gradi all’ombra e con tassi di umidità anche del novanta per cento.

All’Unione Militare avrebbero dovuto saperlo. Così lungo l’ultimo tratto nel Mar Rosso e poi a

Massaua, sudai con quella divisa addosso sette camicie, oltre al fatto che ero ridicolo. Così mi disse anche un amico della famiglia Vela di Perrero, medico dell’ospedale di Massaua, dove mi recai a portare i loro saluti.

Mia sorella Enrica si preoccupò invece del fatto culturale. Mi disse che era necessario acquisissi notizie sulla storia dell’Eritrea, il che feci, almeno nelle sue linee essenziali, presso la biblioteca comunale.

Seppi così che la superficie dell’Eritrea era circa un terzo di quella italiana, per l’esattezza 118.000 chilometri quadrati. Che due erano le principali religioni: la musulmana per gli abitanti dei bassopiani, lungo la costa e verso il Sudan, la cristiana copta nel resto del paese*1. I cattolici erano a quel tempo una minoranza. Le città principali Assab e Massaua sul Mar Rosso, e Asmara e Cheren sull’altopiano. La prima a circa 2.400 metri di altezza, l’altra 1.000.

La prima località su cui sventolò la bandiera italiana fu Assab, nel 1882; la seconda Massaua, nel 1885. Asmara fu occupata dalle truppe del generale Baldissera solo nel 1889.

La prima disavventura militare la subimmo a Dogali nel 1887, prima della occupazione di Asmara. Circ cinquecento uomini al comando del Colonnello De Cristoforis si trovarono di fronte a forze Etiopiche varie volte superiori in numero, comandate da Ras Alula. Fu letteralmente un massacro. Dogali è parte della mia storia africana, perché lì fu costruita una delle centrali dell’acquedotto di Massaua, di cui ebbi il privilegio di essere direttore tecnico negli anni 1956-1960. E lì fu costruito un famoso ponte in cemento armato (lungo la rotabile Massaua-Asmara) durante il conflitto italo-abissino del 1935-36. Vi lavorarono maestranze

piemontesi che a ricordo del loro lavoro, incisero sulle arcate del ponte la frase “Ca custa lon ca custa” (costi quel che costi).

Le altre disavventure si verificarono ad Adua e all’Amba Alagi, negli anni 1889-1890. Nella battaglia di Adua le nostre truppe erano al comando del Generale Barattieri, il cui nome è parte della storia dell’occupazione dell’Eritrea. All’Amba Alagi i nostri reparti erano al comando del Maggiore Toselli. Entrambe le battaglie si risolsero per noi in pesanti disfatte, ampiamente vendicate con la campagna del 1935-36. A ricordo dell’eroico Maggiore Toselli il passo dell’Amba Alagi fu chiamato, da quel momento in poi, sulle carte dell’Etiopia stampate dall’Italia, passo Toselli. Il comportamento del Toselli fu anche ampiamente riconosciuto dal nemico. Il comandante etiopico Ras Makonnen rese infatti l’onore delle anni al reparto italiano trucidato e al corpo dell’eroico Maggiore Toselli fece dare onorata sepoltura.

Quella zona fa anch’essa parte della mia storia africana, perché prima della salita portante al passo Toselli, vi è una stretta dove i contrafforti opposti, in fondo valle, quasi si toccano. In questa stretta detta di Mai Mescik*4 nei mesi di Marzo-Aprile del 1936 diressi la costruzione di un tronco di strada della lunghezza di circa sei-sette chilometri. Questo tratto di strada fa parte della magnifica nuova rotabile Asmara-AddisAbeba di circa mille chilometri, tutta opera delle maestranze italiane. L’Italia a dire il vero, fece in quei territori molte importanti ed utili opere di ingegneria e ciò fu riconosciuto dall’Imperatore Hailé Sellassiè che quando, dopo la sconfitta dell’Italia, tornò sul suo trono ad Addis-Abeba, ordinò che dovunque nel suo territorio gli italiani fossero rispettati. L’Italia, in effetti, fece esattamente il contrario delle altre potenze

che invece sfruttarono i loro territori coloniali.

Peccato che negli scavi per il tratto stradale nella citata stretta di MaiMescik trovammo, con grande nostro disgusto e disappunto varie centinaia di cadaveri di soldati etiopici uccisi dall’iprite che gli aerei italiani lanciarono, per aver ragione delle numerose ed agguerrite truppe che il Negus aveva ammassato in quella zona. Ciò non torna certo ad onore dell’Italia. Ma quante tragedie che non fanno onore all’umanità sono accadute da allora, come la distruzione di Hiroshima e Nagasaki. Tutto ciò è causato dalla nostra incapacità di capire che, come dice Bahá’u’lláh, La terra è un solo paese e l’umanità i suoi cittadini.

Giunse così l’agognato momento della partenza. Il piroscafo era piccolo e stracarico. Per i pochi

passeggeri la sistemazione era veramente approssimativa. Conobbi i due colleghi della Ceretti con i quali avrei dovuto fare i rilievi. Ricordo pochissimo di quel viaggio. Sono passati da allora quasi sessanta anni. Credo che durò circa dieci o dodici giorni, dei quali la metà da Napoli a Port Said, in Egitto, e l’altra metà dal canale di Suez a Massaua.

Stavamo molto sulla tolda della nave, anche per assenza di saloni di ricreazione all’interno. La vista del mare azzurro che si estendeva all’infinito era uno spettacolo stupendo. Induceva a riflettere, almeno questa fu la mia esperienza, sulla esiguità delle vicende umane e sulla loro, qualche volta, meschinità. Il mio spirito si esaltava mentre il mio sguardo spaziava sulla bellezza della creazione, certamente opera di un Essere Superiore. Come avrebbe potuto uscire dal caso una tale stupenda armonia? Ne ero inebriato. La visione di Port-Said, sita proprio all’imboccatura del canale di Suez, fu uno spettacolo. Si capiva dalla visione di decine di moschee che eravamo in un paese islamico. Conoscevo a quel tempo di questa religione, solo quello, ed era ben poco e anche fuorviato dai pregiudizi della nostra cultura, che ci

avevano insegnato a scuola. Avevo sentito parlare di Maometto come di un epilettico e di un

imbroglione. Quanto al Corano lo credevo una raccolta di favole, che nulla avevano a che fare con la nostra cultura. Imparai poi che l’Islam fu una sorgente di energia che diede impulso a una grande civiltà che permise all’Occidente di uscire dal medioevo e iniziare quel rinascimento culturale che sfociò poi nell’illuminismo e che dette impulso all’evoluzione in ogni campo. Tutto ciò è oggi ampiamente e giustamente riconosciuto dagli storici imparziali e obiettivi. Molto interessante fu il passaggio della nave nel canale di Suez. A sinistra, andando verso Sud, si vedeva benissimo la costa orientale sabbiosa e quasi desertica. Più verde

e costellata da paesi, la costa occidentale. Lungo la stessa, correva per buona parte del canale una strada. Con nostra grande meraviglia una macchina seguì per varie ore la nave e, dalla stessa, una cantante italiana - credo si chiamasse Maria Uva - ci accompagnò con canzoni patriottiche. Era sicuramente una italiana residente in Egitto e seguiva tutte le navi italiane, specie quelle che trasportavano militari. Fra le varie canzoni primeggiavano le due allora più in voga: Faccetta nera e Io ti saluto e vado in Abissinia.

La loro melodia era invitante e così le parole e ancora oggi mi trovo, spesso senza pensarci, a

fischiettarle: Ecco alcuni versetti della prima:

«Se tu dall’altopiano guardi il mare,

vedrai come in un sogno

tante navi e il tricolore sventola per te.

Faccetta nera bell’abissina,

aspetta e spera che già l’ora si avvicina.

Quando saremo vicino a te,

noi ti daremo un’altra legge e un altro Re».

 

E dell’altra:

«Io ti saluto e vado in Abissinia,

cara Virginia ma tornerò.

Ti porterò dall’Africa un bel fior,

raccolto sotto il

ciel dell’equator ... ».

L’Italia fascista, non si può ignorarlo, aveva fatto crescere all’estero il suo prestigio. Vari i motivi. Uno, l’ottimo funzionamento dei vari servizi gestiti dallo stato. Anche oggi si sente spesso dire che al tempo di Mussolini i treni partivano e arrivavano in orario. Anche la posta funzionava meglio. Per esempio una lettera dall’Italia all’Asmara arrivava in meno di una settimana. Ma il motivo principale di questo nuovo prestigio è l’avere saputo arginare la violenza durante gli anni 1919, 1920. Va precisato che le nazioni implicate nella prima guerra mondiale e non solo le perdenti, erano in preda a grande agitazione e vi era

nelle masse un profondo desiderio di libertà e di giustizia. Il ricordo delle sofferenze provocate dal conflitto era più che mai vivo e la gente cercava di sfogare la sua delusione e la sua rabbia in disordini di piazza.

Squadracce armate di bastoni rompevano le vetrine dei negozi e picchiavano ufficiali dell’esercito e preti. I primi quali visibili rappresentanti delle forze armate che avevano fatto la guerra, e la gente non andava tanto per il sottile e non distingueva chi la guerra l’aveva fatta per difendersi e chi per attaccare. I secondi quali espressione di un certo tipo di clericalismo, alleato e succube dei centri di potere politico ed economico. La gente sapeva che i sacerdoti degli eserciti in lotta avevano benedetto le rispettive bandiere e chiesto a Dio la vittoria per le rispettive nazioni. Tutto ciò stonava chiaramente con l’imparzialità di una vera religione

di cui i preti avrebbero dovuto essere tangibile espressione. Con l’avvento del fascismo, in un modo o nell’altro, tutto ciò era cessato e chi aveva voglia e modo di lavorare poteva farlo tranquillamente in un ambiente ordinato.

Ultimo ma non minimo l’eco della rivoluzione bolscevica russa guidata dal marxismo, il cui aspetto rivoluzionario anti borghese e anti capitalista affascinava non solo le masse operaie, ma anche molti intellettuali. Come conseguenza, squadre con bandiere rosse giravano baldanzosamente nelle strade. Il fascismo ne divenne agli occhi dell’opinione pubblica un efficiente baluardo e ciò lo innalzò agli occhi degli stranieri che anche temevano il pericolo marxista. Il fascismo apparve quindi allora una carta vincente e ciò accrebbe il prestigio italiano all’estero. Naturalmente ogni medaglia ha il suo rovescio. Nel caso del fascismo questo rovescio fu visibile nei suoi aspetti negativi solo dopo, come tutti ben sappiamo, avendone subito le conseguenze.

La navigazione sul Mar Rosso fu abbastanza monotona. La navicella stava abbastanza lontana dalle due opposte coste che, del resto, dopo il canale, si allontanano, per poi riavvicinarsi ancora verso Aden.

Passavo molte ore a prua, con le gambe divaricate attorno alla sua parte terminale che, essendo aperta nella sua parte inferiore, consentiva di tenere quella posizione, e guardavo le onde infrangersi sull’angolo tagliente della prua. Ero spesso assorto nei miei pensieri. Certo non sapevo che i rilievi della teleferica non sarebbero stati per me che la punta avanzata di altre attività, come quelle stradali nel territorio etiopico, e questo solo dopo pochi mesi dal mio sbarco a Massaua. In effetti sarà proprio nei primi giorni di Ottobre di quello storico anno, il 1935, che le truppe italiane, al comando del generale De Bono, varcarono dall’Eritrea i confini con l’Etiopia. Continuando nella direzione del mio futuro non sapevo che proprio in Asmara, nel Febbraio del 1941, avrei incontrato quella che sarebbe stata la dolce compagna della mia vita. Né sapevo che avrei partecipato, come ufficiale del Genio, alla seconda guerra mondiale, sia pure per un brevissimo periodo, che sarei stato fatto prigioniero e che, sarei riuscito ad evadere travestito da donna; che con Alma ci saremmo sposati e che nello spazio di sei anni fra il 1941, data del mio matrimonio, al 1947 sarebbero nati quattro figli. Che dal 1946 al 1956 avrei comandato il Corpo dei pompieri, e successivamente che sarei stato direttore tecnico

dell’acquedotto di Massaua e che due anni prima di ritornare definitivamente in Italia avrei fatto quel meraviglioso incontro con il «Piano Infinito», che avrebbe dato una nuova impronta a tutta la nostra vita. Tutto ciò era al di là di ogni possibile previsione. Qui cadiamo nel solito discorso affascinante del destino, che apparentemente sembra esserci, ma che in realtà non c’è, altrimenti non esisterebbe il libero arbitrio.

Altro elemento con cui dovetti, da quel momento, confrontarmi fu il sole i cui raggi sono da una parte benefici, ma possono, se troppo forti, causare guai piccoli e grossi.

Bisogna essere prudenti ed esporsi gradualmente, ma subito mi resi conto di avere un’epidermide particolarmente forte, che poteva convivere con i raggi solari e che in poche ore diventava scura. Così fu e in pochi giorni la mia pelle assunse un bel colorito. Quando nel

1949 con Alma venimmo per una breve vacanza in Italia, con lo scopo principale di farle conoscere i genitori e mia sorella Enrica, sulle due navi, una battente bandiera greca, il Cirenia, per il viaggio di andata e l’altra, il Gerusalemme, con bandiera italiana per quello di ritorno, io e Alma la cui pelle era forte come la mia, appena le navi si mettevano in movimento, ci mettevamo in costume e ci esponevamo al sole.

Eravamo, dire il vero, gli unici. Subito interveniva un’infermiera che ci invitava

rivestirci, ammonendoci che il sole preso così subito e per ore era pericoloso. Rispondemmo che rispetto al sole eravamo dei veterani.

Ecco un interessante episodio al riguardo. Conoscevo un collega che lavorava a Massaua, si chiamava Merlo. Era geloso della mia capacità di espormi al sole dopo il bagno e di stare così per ore. Volle imitarmi, ma la sua pelle era evidentemente diversa dalla mia. Si prese una bruciatura coi fiocchi. Le bollicine d’acqua che, dopo il bagno, restano sulla pelle, si trasformarono in tante piccole lenti e gli sforacchiarono l’intera schiena. Dovette andare al pronto soccorso. Lo spalmarono ben bene e lo fasciarono come un salame. Per vari giorni non potè stare né in piedi, né seduto, né sdraiato. A causa di questo Merlo feci, anni dopo, una brutta figura e la racconto perché tipica.

Al municipio di Asmara lavorava come capo sezione edile dell’ufficio tecnico un collega che si

chiamava Falco. Lo avevo conosciuto per caso in Comune. Una sera lo incontrai nella via principale di Asmara con i colleghi e subordinati e lo salutai ad alta voce. Ma invece di chiamarlo: «Falco», lo chiamai, «Merlo». Mi accorsi subito della gaffe, ma oramai era

tardi. Mi pare di aver udito i commenti sarcastici dei suoi amici. Forse gli avranno detto: «Pare che lo sappiano in giro che sei un merlo».

Questa mia, ma anche di Alma, capacità di esporci al sole di primo acchito per ore, è sempre stata una nostra caratteristica e durante le vacanze annuali al mare in Italia, dopo il

ritorno definitivo dall’Africa nel 1961, lo facevamo regolarmente diventando in un paio di giorni scuri. Anche oggi è così. A proposito del viaggio nel 1949 con il Cirenia, voglio ricordare qui due episodi abbastanza singolari. Il primo si riferisce al modo in cui eravamo alloggiati. Si trattava di un piroscafo misto da carico e passeggeri. Questi ultimi erano sistemati sotto coperta in due saloni distinti e separati, uno per gli uomini e uno perle donne. Cosi con Alma dovevamo stare separati. Ma era dura, direi quasi impossibile. Va tenuto conto il fatto che eravamo sposati da soli otto anni, vibranti ambedue di energie e innamorati

cotti l’uno dell’altro. A stare oltre dieci giorni senza un contatto era molto difficile. Naturalmente mi riferisco a un contatto approfondito e non a un contatto normale, questo c’era sempre perché, salvo la notte, stavamo sempre insieme, ma con noi c’erano sempre passeggeri o membri dell’equipaggio. Per il rapporto approfondito non ci fu purtroppo nulla da fare. Dovemmo fare, come si dice, di necessità virtù. Eppure non è che viaggiassimo gratis, avevamo pagato fior di biglietto. Il tutto incredibile, ma vero. Il secondo episodio si verificò ad Atene. Ho detto che si trattava di un piroscafo greco quindi si fermò tre giorni al Pireo ed avemmo modo di fare una breve scappata ad Atene. In quel periodo la moneta greca, la dracma, aveva subito una fortissima svalutazione. Solo per pagare il passaggio sul

métro veloce dal Pireo ad Atene ne spendemmo migliaia, se non milioni. Il controllore buttava i pacchi di dracme, quasi senza contarle, in una cassa di legno che teneva al suo fianco. Quando fummo ad Atene, nella piazza principale, mi pare si chiamasse della Concordia, prendemmo posto in un elegante bar che occupava, con i suoi tavolini, un bel pezzo di piazza. Ordinammo dei gelati che furono veramente eccezionali. Lo sono sempre in qualunque posto si vada perché sono una specialità greca.

Uno dei passeggeri della nave, con cui ci eravamo seduti, pagò il conto. Gli finirono però le dracme, mi pregò quindi di dare la mancia al cameriere. Io presi dal mio portafoglio un paio di fogli dove il numero aveva parecchi zeri, e pensai, pur sapendo della svalutazione, che fosse una buona mancia. Ma non era così, perché davanti agli occhi stupefatti dei vari clienti e nostri, il cameriere buttò ciò che gli avevo dato nel cestino dei rifiuti. Quando facemmo il conto di quanto gli avevo dato, il tutto era pari a cento lire italiane di oggi. Si trattava di un bar di lusso e la mancia avrebbe dovuto essere almeno venti volte maggiore. Scherzi della svalutazione.

Finalmente arrivammo in vista di Massaua. Era l’imbrunire. Credo che il comandante avesse

programmato di arrivare appunto verso sera per attutire il tremendo effetto del caldo umido. Benché fosse sera l’impatto fu scioccante. Va tenuto conto del fatto che durante la navigazione il sole c’era e forte, ma l’arietta, che il movimento della nave produceva, ne attutiva l’effetto. Lì nel porto, senz’aria e con un tasso altissimo di umidità era proprio come essere in una sauna. Arrivando a Massaua si entra in una specie di insenatura e si vedono subito le due isole quella di Massaua, propriamente detta, e quella di Taulud ambedue collegate fra loro e con la

terra ferma tramite strade costruite sopra riempimenti di pietrame nel mare, dato che in quella zona è poco profondo. Nell’avvicinamento al porto si vede anche bene la baia di Gurgusum. Anni dopo apprezzeremo la spiaggia di questa baia, per la sua ampiezza, il suo mare cristallino e la sua sabbia bianca e finissima. Però attenzione perché la zona è infestata di meduse: pesci a forma piatta fatti di materiale gelatinoso che, se le tocchi, producono sulla pelle un tremendo prurito. Il contatto con la cittadina fu simpatico. Tutto quello che si vedeva era nuovo, perché Massaua era stata ricostruita dopo il terremoto del 1921. Si trattava di palazzine bianche a porticato con archi di stile orientale. Lo sbarco definitivo sarebbe avvenuto la mattina dopo, ma intanto ci fu dato il permesso di scendere un paio d’ore a terra. Io mi vestii con l’unico abito che avevo, quello famoso dell’unione militare, con gli stivali. Fu

una vera e propria tragedia. La gente che mi vedeva, mi guardava con curiosità. Forse avranno pensato: «Questo signore viene dal polo nord e non sa che qui siamo ancora in piena estate». Per la prima volta nella mia vita vidi dal vero, perché prima li avevo visti solo nei film, gli africani. Rilevai che la loro pelle più che scura era nera; alcuni proprio come il carbone. I musulmani si distinguevano dagli altri perché mi sembravano meglio vestiti. Almeno questa fu la mia prima impressione. In testa avevano il turbante, loro particolare e tipico copricapo. In genere tutti avevano pantaloni lunghi a tubo di tela bianca e leggera a vita, e poi una specie di mantello o di scialle anch’esso della stessa tela bianca. È lo sciamma, e la tela usata è un particolare tipo di cotone chiamato abugiadid. Due cose mi fecero particolare impressione. La prima che gli africani si soffiavano il naso con le mani proiettando il flusso nasale a terra, e c’era il rischio di divenire inconsci bersagli. La seconda, i bambini con gli occhi e la bocca pieni

di mosche che nessuno si curava di scacciare. Evidentemente era un patto imposto. «Noi mosche, lì, mangiamo e beviamo e vogliamo esser lasciate tranquille». Gli africani anziani avevano invece in mano un bastoncino terminante con un ciuffo di fili di cotone con cui le scacciavano. Mi accorsi poi a mie spese che queste mosche erano una vera e propria calamità, perché quando si apriva la bocca per parlare o sbadigliare vi si infilavano. La prima volta che mi accadde, nello sforzo di espellerla arrivai al vomito. Poi ci feci l’abitudine.

Il mattino dopo sbarcammo e come prima cosa mi recai all’ospedale a incontrare il dottore a cui ero stato raccomandato dalla famiglia Vela. Fu molto amabile. Si diverti, e me lo disse, per il mio abito anacronistico e mi consigliò di provvedermi subito di un vestiario idoneo, cioè calzoncini e magliette. Dopo, con gli altri due colleghi, telefonammo alla sede della Ceretti ad Asmara e ricevemmo le istruzioni, sia per la pensione dove avremmo dovuto alloggiare, sia per il prossimo programma. Nei prossimi giorni avrebbero inviato un automezzo a prenderci per portarci ad Embatkalla, località sita a mille metri di altitudine, e a trentacinque chilometri prima di Asmara. Li saremmo limasti qualche giorno per affiatarci con l’ambiente, dopo di che saremmo stati portati, ciascuno, sul tratto di terreno che dovevamo rilevare. Dimenticavo di dire che ciò che mi sorprese e impressionò al nostro giungere a Massaua fu un’enorme catasta, sulla banchina del porto, di materiale di ogni genere dove ogni tanto venivano automezzi a

caricare. In porto arrivavano continuamente navi che scaricavano ogni ben di Dio e poi ripartivano.

Tutta questa merce, fra cui scatoloni con ogni tipo di cibo, avrebbe dovuto raggiungere al più presto l’altopiano per sottrarla al calore di Massaua. Ma solo due erano i mezzi di trasporto, ferrovia e strada,ed erano assolutamente insufficienti. La ferrovia perché a scartamento ridotto e con forti salite. La strada perché in costruzione: circa 120 chilometri per la maggior parte su terreno accidentato e con forti strapiombi e numerosissimi tornanti; per passarli, gli automezzi dovevano fare pericolosissime manovre, con le ruote che spesso arrivavano all’orlo del precipizio. Vari automezzi sono infatti finiti giù. Veramente sarebbe stata utile la teleferica, ma eravamo solo ai rilievi. Comunque fu realizzata a tempo di record. Povera teleferica. Fece un ottimo lavoro fino a dopo la guerra mondiale, dopo di che fu praticamente abbandonata.

Questa situazione ci dice come anche allora, nonostante la presenza di un regime autoritario come quello fascista che, quando voleva, sapeva annullare ogni forma di burocrazia, non era facile fare certe cose nel modo giusto e per tempo. Ma va detto che un’impresa militare di quelle proporzioni e per di più su due fronti, quello eritreo e quello somalo, era di per se stessa implicitamente difficile. E lo sarebbe stata anche per inglesi e tedeschi, pur con capacità organizzative maggiori delle nostre e più esperti di noi in imprese lontane dalla madre patria.

A Massaua restammo un paio di giorni, così avemmo il tempo di visitarla. Ricordo 

Cocchi sotto i portici, il negozio di alimentari Derviniotti, la farmacia e il calzolaio. Con

questo calzolaio ebbi una storiella veramente buffa, che ci dimostra come il mondo sia veramente piccolo. Eravamo più o meno verso il 1975 e mi trovavo a Roma. Ci venivo ogni mese, al fine settimana, per partecipare alle riunioni dell’Assemblea Spirituale Nazionale dei Bahá’í d’Italia, di cui in quel tempo ero membro. Era un mese estivo e portavo un abito di tela fatto confezionare da un sarto di Rimini, dove a quel tempo abitavamo. I pantaloni erano a mio parere troppo stretti di bacino. L’avevo detto al sarto, ma mi rispose che non ero vecchio come un matusalemme e avrei dovuto, almeno in parte, adattarmi alla moda che, a quel tempo, prescriveva calzoni a culetto. Benché non mi piacessero affatto, mi arresi all’insistenza del sarto. A Roma, alloggiavo nell’ufficio della ditta da cui dipendevo, sito nella zona di Ponte Tiberio. Quel mattino uscii con la borsa sotto il braccio e con addosso i miei calzoni a culetto. Mi sembrava che la gente mi guardasse, con ironia, data anche la mia età. Entrai nel solito bar

dove prendevo il cappuccino con l’immancabile brioche e mi sedetti a un tavolino. Nel sedermi sentii uno strappo. Ci misi la mano e rilevai che si era creato uno squarcio, in corrispondenza della cucitura del culetto, lungo almeno venti centimetri. Ero disperato, perché come avrei potuto muovermi con quella apertura in zona così critica e, dopo i due giorni di riunioni dell’Assemblea, riprendere il treno e tornare a casa?

Mentre pensavo al come avrei potuto rimediare all’incidente vidi che veniva verso il bar una faccia che mi sembrava nota. Anche quella faccia mi guardò e ambedue i computer dei nostri cervelli si misero al lavoro e dopo un po’ sfornarono le rispettive identità. Lui era il proprietario della calzoleria di Massaua che si chiamava, non so perché, «fata morgana». Ci abbracciammo come vecchi amici, mentre in effetti eravamo solo dei conoscenti e alla larga. Ma eravamo ex africani e ciò bastava a creare un legame amichevole. Gli feci vedere il guaio che mi era capitato e mi disse: «Non si preoccupi Robiati. Lo abito qui vicino e mia moglie fa la sarta». Andammo a casa sua e la signora mi cucì i pantaloni. Circa il sarto di Rimini disse che era un fesso e mi offrì anche il caffè. Uscii da quella casa sollevato nel fisico e nello spirito e pensai che la mia mano amica dal mondo dello spirito aveva un potere particolare e anche direi una incredibile attenzione anche per queste cose, alla fine, insignificanti.

Passati i due giorni, il terzo di buon mattino via verso Embatkalla sul cassone di un automezzo, come tre sacchi di patate, insieme a varie altre cose. La posizione era abbastanza comoda perché vi erano anche dei materassi che attutivano gli sbalzi dell’automezzo e poi potevamo vedere bene le cose da una posizione panoramica. Per proteggerci dal sole avevo comperato a Massaua un magnifico casco coloniale, un vero capolavoro.

Il viaggio da Massaua ad Embatkalla, circa ottanta chilometri, durò quasi tutta la mattina.

Fu fantastico, la natura fin quando non si arriva sull’altopiano è brulla, arida, con tendenza in molte zone al rosso, e ha una sua particolare bellezza. Dopo circa quaranta chilometri da Massaua inizia la piana di Sabarguma, una piana che è di poche decine di metri sul livello del mare, assolata e sabbiosa. Caldissima, d’estate si raggiungono temperature più alte di quelle di Massaua, ma è un caldo asciutto quindi sopportabile. La vegetazione era composta, a quel tempo, da piante basse e spinose ed ogni tanto si vedeva passare qualche cammello che andava chissà dove e roditori che uscivano da buche nella sabbia.

Durante i mesi estivi imparai a mie spese che era bene portarsi in macchina un thermos pieno di ghiaccio, perché se si buca una gomma in quella piana è pericoloso scendere dalla macchina per cambiarla, anche se si ha il casco in testa. Invece se si ha del ghiaccio, se ne mette un pezzo sotto il casco, e tutto diventa più facile.

Voglio ricordare qui un sorprendente episodio di cui fui testimone. Mi è difficile stabilire l’anno esatto, ma sicuramente fu negli anni compresi tra il 1956 e il 1960, quando lavoravo all’Acquedotto di Massaua.

Procedevo di buon mattino in direzione di Massaua con l’infaticabile maggiolino Volkswagen quando, a una certa distanza, mi avvidi che una macchina che procedeva in senso contrario era ferma in mezzo alla strada. Mi avvicinai con una certa cautela, mi fermai e vidi che in quella macchina c’erano quattro individui, che capii trattarsi di americani, completamente nudi. Bevevano birra. Chiesi loro, con il mio maccheronico inglese, cosa ci facevano lì fermi, per di più in mezzo alla strada. Risposero «Bedry is dead». Lo scrivo come loro l’hanno pronunciato. Avendo capito che un certo Bedry era morto gli chiesi dov’era. Mi risposero che stava sotto la macchina. Mi curvai, ma sotto la macchina non c’era nessun Bedry, né vivo né morto. Ma capii dopo che con la parola bedry intendevano la batteria (battery). Quindi erano fermi a causa della batteria. Feci loro capire che quella zona era infestata dagli scifta (per alcuni briganti, per altri patrioti) e che quando incontravano dei bianchi qualche volta facevano loro un

certo scherzetto. Poiché non avevano capito glielo feci intendere con un gesto ben chiaro con il braccio. Mi risposero che non gliene fregava nulla. Bisogna però tenere conto che erano molto su di giri.

Dissero che fino a quando avrebbero avuto birra non si sarebbero mossi e solo dopo avrebbero deciso il da farsi. Mi offrirono una scatoletta di birra come atto di amicizia. Chiesi loro se al primo telefono volevano che chiamassi la loro base, ma dissero di no. Non so poi come sia finita. Io, benché facessi quella strada due volte la settimana, e qualche volta anche di notte, e questo per circa cinque anni, non incontrai mai nessun scifta. Solo una volta mi successe, ma la famosa mano amica impedì che l’incontro fosse pericoloso.

Era uno dei sabato mattina del mio rientro di fine settimana ad Asmara. Un poliziotto negro in divisa mi chiese un passaggio. Di solito trovavo scuse per non caricarli. Ma quella volta lo feci e fu la mia salvezza. Infatti, pochi chilometri prima di arrivare ad Embatkalla scorgemmo davanti a noi, ad una distanza di un centinaio di metri, due tizi con turbante in testa che tenevano un fucile spianato in direzione della macchina. Appena si accorsero della presenza del poliziotto si buttarono giù dalla scarpata. Forse avranno creduto che ce n’erano altri. Al posto di polizia di Embatkalla ci fermammo.

Caricammo altri poliziotti armati e tornammo sul posto, ma degli scifta, logicamente, neppure l’ombra. Questa, per mia fortuna, fu l’unica volta. Il fenomeno degli scifta (briganti o patrioti?) iniziò, più o meno, dopo la guerra, con l’occupazione inglese. Ciò che normalmente facevano, specie all’inizio, era di fermare automobili e automezzi e prendere tutto quello che trovavano e anche i vestiti degli occupanti. Se c’erano donne giovani era possibile che venisse fatta loro violenza. In Asmara correva voce, umoristica naturalmente, che sulle strade circolassero donne nordiche speranzose di incontrare gli scifta.

Una volta, un italiano, ingegnere capo del Genio civile di Asmara, tornando da un viaggio di lavoro fuori Asmara, li incontrò. Non lo picchiarono, ma lo lasciarono completamente nudo, e così dovette rientrare.

Dopo alcuni anni, verso il 1946-47, la loro attività assunse colorazioni politiche. Incominciarono ad assalire le concessioni agricole italiane disseminate qua e là dovunque. Devastavano e uccidevano. Una di queste bande aveva come capo un certo Hailè Abbài, un brigante grande e grosso di inaudita ferocia. Ammazzava schiacciando la testa delle vittime con grosse pietre. In quegli anni io comandavo il Corpo dei pompieri e varie volte dovemmo intervenire per spegnere gli incendi che appiccavano dopo aver rapinato e ucciso. Sulla testa di questo brigante, l’Amministrazione britannica mise una taglia di parecchie migliaia di sterline. Questa grossa somma se la guadagnò un italiano, certo Faranda, che aveva un negozio di fotografia ad Asmara in via della Regina. Era un tipo esile e di aspetto malaticcio. Credo bastasse un soffio per farlo cadere. Aveva una piccola tenuta agricola nella Piana d’Ala, fra Nefasit e Decamerè. Fece sapere in giro che non temeva Hailè Abbài e la voce giunse a destinazione, talché pochi giorni dopo, all’alba, successe il fattaccio.

I paesani della zona mandarono emissari per avvisare Faranda che la banda di Hailè si stava avvicinando. Faranda era un tipo calmo e buon tiratore. Aveva un ottimo fucile a pallettoni e la sua abitazione sembrava fatta apposta per difendersi. Vi era, dopo la porta di ingresso, un

lungo corridoio, in fondo al quale era situata un’unica stanza. Quindi due soli accessi, la porta sulla testata del corridoio e la finestra della sua camera, protetta da solide ante metalliche. Hailè sapeva che Faranda era solo, quindi non pensò neppure lontanamente che sarebbe bastato appiccare il fuoco all’esterno e lo avrebbe avuto nelle sue mani senza colpo ferire. Così scelse l’attacco diretto. Con la banda circondò la casa e gridò a Faranda che era venuta la sua fine. È banditi cantavano e sparavano.

Probabilmente erano anche semi ubriachi. Sfondarono la porta del corridoio e entrarono, uno a uno, sparando. Faranda, come lui stesso ha poi raccontato, si era messo in ginocchio dietro il letto e con la vista infilava il corridoio. Mano mano che entravano li abbatteva. Allora Hailè, dimenticando ogni prudenza si lanciò dentro gridando come un forsennato e sparando all’impazzata. Con un colpo Faranda lo abbatté. Se c’erano altri della banda, dopo la morte del loro capo si diedero alla fuga. Faranda fu portato in trionfo dai suoi stessi lavoranti africani che erano nascosti nelle vicinanze e che, saputo della disfatta della banda di Hailè, erano subito tornati. Il corpo di Hailè fu esposto al pubblico nella camera mortuaria dell’ospedale di Asmara. Anch’io andai a vederlo. Era un bestione grande e grosso con una testa piena di capelli tutti ricci e arruffati e con una gran barba. Faranda divenne una specie di eroe nazionale. Da quel momento gli assalti alle concessioni degli italiani quasi cessarono. Anche per noi pompieri fu un sollievo. Verso mezzogiorno giungemmo a destinazione. Con nostra grande soddisfazione notammo che il clima era piacevole. Assolato, ma asciutto e fresco di sera. Un posto adatto per una vacanza. In effetti tale era considerato dagli italiani che vivevano e lavoravano in Asmara e a Massaua. Li, alcuni di loro avevano costruito delle casette che sono state in questi ultimi anni distrutte dalla guerriglia.

Il cielo africano è sempre di un azzurro intensissimo e tale caratteristica si evidenzia maggiormente di notte, anche per il contrasto con la intensa luminosità delle stelle. La prima notte restammo varie ore in ammirazione di un così meraviglioso spettacolo che dava veramente il senso del divino. lo ne ero completamente calamitato e affascinato. Era una notte da innamorati, ma gli unici amori erano per noi i ricordi.

Rimanemmo in quel bel posto vari giorni. Così approfittammo per scoprirne i dintorni. Ma non Vera nulla di notevole. Tutto brullo e con una fitta vegetazione. Tantissime piante da sottobosco, basse, tutte spinose. Uno di quei giorni scese da Asmara uno dei capi della Ceretti e ci spiegò come avrebbe dovuto svolgersi il nostro lavoro. Ognuno avrebbe avuto un tronco della lunghezza di una ventina di chilometri. Il percorso era già stato segnato e disboscato al completo per un tre o quattro metri. Noi dovevamo limitarci a fare il rilievo (dislivelli e distanze). Il mio tronco era fra Ghinda e il bassopiano. Passava in una valle nella quale, salvo i boscaioli e coloro che avevano stabilito il percorso, mettendo picchetti e segnali nei punti più alti, non era mai entrata anima viva.

Ed era effettivamente arduo di entrarvi dato che la vegetazione era fittissima e come ho detto

spinosissima. I fichi d’India, importati dalla Sicilia all’inizio del secolo per rinforzare i terreni lungo la ferrovia Asmara-Massaua, si erano diffusi infestando tutto il territorio, anche se i frutti divennero poi un alimento fondamentale per le genti locali. Poi ci dissero che quella zona era infestata da certi serpentelli, lunghi una ventina di centimetri, cioè più o meno come una matita, ciechi, ma velenosissimi. Bastava toccarli e di scatto si voltavano in su e morsicavano, scaricando il veleno nel sangue del malcapitato, che in pochi minuti se ne andava al Creatore. Pericoli per noi non ce n’erano perché avevamo gli stivali, ma per i canneggiatori africani sì, perché usavano camminare a piedi nudi. Difatti uno di loro ci lasciò la pelle.

Il primo giorno che piazzai il tacheometro, per le prime battute di rilevamento, fummo circondati dalle scimmie. Era la prima volta che ne vedevo così tante. Avevano tutte una coda molto lunga e il culo rosso. Ve n’erano di tutte le taglie. Si misero a cerchio attorno a noi, con le più grosse davanti. Forse erano i maschi. I più piccoli se li portavano le femmine sulla schiena. Erano evidentemente curiose e attratte dal tacheometro. Gli africani che erano con noi ci dissero di stare calmi e di ignorarle, badando a non fare gesti che potessero essere

interpretati, dalle scimmie, in senso aggressivo. Ogni giorno erano nostre compagne di lavoro. Stavano lì per una decina di minuti, poi piano piano se ne andavano. Passavano a una certa distanza da noi guardandoci e poi si allontanavano a gruppi nel sottobosco. Ogni mattina e per tutta la settimana di lavoro in quella valle, fu così.

Lavoravamo a turno unico. Andavamo sul posto al mattino presto con l’automezzo che era stato posto nostra disposizione, e verso le due del pomeriggio tornavamo al campo per il pranzo e per riposare. Il nostro alloggio fiancheggiava la strada che saliva da Massaua verso Asmara. Si sentivano così giorno e notte i rumori degli automezzi in movimento.

Era una colonna ininterrotta di soldati e di materiali. Si sentiva nell’aria che eravamo prossimi allo scontro. Non avevamo radio e giornali e le notizie ce le passavano i camionisti. Venimmo così a sapere che Mussolini aveva fatto, il 2 Ottobre sera, da Palazzo Venezia, un poderoso discorso alla nazione dicendo fra l’altro:

«Un’ora solenne sta per scoccare nella storia della patria. Venti milioni di Italiani sono un cuore solo, una volontà sola, una decisione sola».

Fu il tre Ottobre del 1935 che le truppe italiane, comprendenti nutriti reparti coloniali, varcarono i confini con l’Etiopia. Noi che stavamo sul posto, anche se arretrati rispetto al fronte, ne fummo testimoni.

Credo sia ora il caso di delineare, sia pur sinteticamente, i fatti che hanno preceduto e determinato lo scontro armato andando indietro nel tempo fino alla presa del potere da parte di Mussolini.

Dal 1922, anno in cui il regime fascista dominò la scena politica italiana, fino al 1925 il problema coloniale passò in second’ordine rispetto a tutti gli altri problemi, particolarmente a quelli politici interni. Ma nel 1926 la stampa del Regime incominciò a parlane. Fu precisamente in un editoriale del Popolo d’Italia del 21 Marzo. In questo articolo il Direttore scriveva fra l’altro: «Oggi finalmente il regime fascista pone il problema coloniale all’ordine del giorno della nazione... Se Ginevra vuole non soltanto assicurare la digestione dei popoli più fortunati, ma anche provvedere ad opere di pace e equità, il problema delle colonie deve essere ripresentato sul tappeto. È necessario ed urgente rendere giustizia al popolo italiano ... ».

Nell’Aprile dello stesso anno, Mussolini visitò la Libia e, a Tripoli in un suo discorso, evidenziò, sia pure ancora timidamente, le aspirazioni italiane verso l’Africa:

«In Africa c’è posto e probabilmente gloria per tutti... Noi abbiamo fame di terre perché siamo prolifici e intendiamo restare prolifici».

Il 2 Ottobre 1930 Grandi, Ministro degli Esteri, in un suo intervento al Gran Consiglio del Fascismo confermò tale aspirazione dicendo:

«L’Africa rimane l’ansia segreta e fedele della nazione italiana. Un’Italia forte non può rimanere sempre aggrappata, come siamo oggi in Eritrea, all’estremo ciglio dell’altopiano etiopico, ovvero ristretta come lo siamo, in Somalia, tra il Giubba e i deserti petrosi dell’Ogaden. La nostra nazione ha una missione di civiltà da assolvere nel continente nero, così come la nostra generazione ha un problema da risolvere, il problema coloniale».

E un cronista, in occasione della visita fatta nel 1932 in Libia dal Re Vittorio Emanuele III, in

concomitanza del cinquantesimo della occupazione di Assab, così scrisse:

«L’Africa deve essere la speranza e la meta del popolo italiano, il complemento della patria

metropolitana, l’immenso cantiere e la sterminata campagna dove i suoi operai, e i suoi artigiani avranno da compiere la più elevata missione di civiltà del XX secolo».

Prima di procedere oltre verso il famoso e determinante incidente di Ual-Ual in Somalia, accaduto verso la fine del 1934, incidente che, a torto o a ragione, fu la causa ultima che creò i presupposti dell’intervento armato contro l’Etiopia, diamo un rapido sguardo ai fatti politici etiopici di quel periodo.

Nel momento in cui il fascismo prese il potere in Italia, regnava in quel paese l’Imperatrice Zaoditù, figlia di Menelik. Reggente era Ras Tafari Maconnen, che diverrà successivamente l’imperatore Hailè Sellassiè.

Nel 1923, l’Etiopia, per parare eventuali ambizioni coloniali europee, chiese alla Società delle Nazioni di essere accettata come membro della stessa. Fu accolta nello stesso anno, ma dovette sottoscrivere l’impegno di abolire la schiavitù e limitare l’importazione di armi. Gli schiavi a quel tempo assommavano in Etiopia, secondo le statistiche ufficiali, a non meno di centomila, ma probabilmente erano molti di più. Ras Tafari si adeguò subito all’impegno promulgando una legge che aboliva, almeno di diritto, la schiavitù. Sempre nel 1924, Tafari approfittando del prestigio internazionale raggiunto con  fatti citati, fece, con una forte delegazione, un giro nelle principali capitali europee. Il 18 Giugno di quell’anno giunse anche in Italia e fu ricevuto da Mussolini. Infine Ras Tafari, nel 1928, all’età di 37 anni fu incoronato Imperatore ed è con lui che l’Italia dovette confrontarsi. L’incidente di Ual-Ual, può considerarsi il prologo del conflitto. I fatti furono più o meno questi: Ual- Ual era un fortino costruito dagli italiani nel 1930. L’importanza di quel luogo dipendeva dal fatto che

nell’area c’era una riserva perenne di acqua. Il primo incidente ebbe luogo nel 1934. Un contingente di circa seicento armati etiopici comandati dal governatore dell’Ogaden, intimò ai sessanta soldati di colore che difendevano il fortino di ritirarsi. L’invito fu respinto e si dette inizio a una serie di negoziati.

Ma nel frattempo ambo le parti rafforzarono i loro contingenti militari, il che dette luogo nei primi di Dicembre, sempre del 1934, a uno scontro di maggiori proporzioni. Del problema fu investita la Società delle Nazioni.

Va notato che gli incidenti non erano, in quella parte dell’Africa, gli unici. Dal 1923 al 1935 ne erano avvenuti cinquantuno. Era solo il più grave, fra quelli avvenuti lungo le 1.900 miglia di frontiera fra l’Etiopia e le colonne inglesi del Sudan, del Kenya e della Somalia. Anche fra l’Etiopia e la Somalia Francese vi furono incidenti, fra cui gravissimo quello del 18 Gennaio 1935 con il massacro di un elevato funzionario francese e di circa cento uomini della sua scorta.

Mentre la Società delle Nazioni cercava di sviluppare il suo piano conciliativo, Mussolini inviò in

Eritrea uno dei suoi più fidati collaboratori, il Generale De Bono, uno dei Triuniviri e nel contempo ordinò una mobilitazione sia in Somalia, sia in Eritrea, e in Somalia inviò il Generale Graziani. Il programma iniziale era di avere in Eritrea un contingente militare di almeno trecentomila uomini con 300-350 aerei e 300 carri armati veloci. Il grosso problema, e di questo avrebbero dovuto intanto occuparsi i due generali, sarebbe stato quello di

alloggiare, nutrire, muovere e far combattere questa massa di uomini, che in Eritrea sarà poi portata a 400.000 unità. Per quanto riguardava la Somalia, Mussolini decise in accordo con il Generale Badoglio, che era il Capo di Stato Maggiore, l’invio di un corpo di spedizione di 40-50.000 uomini con 50-100 aerei e 100 carri veloci. Questo in aggiunta alle forze di colore. Circa l’entità di tali forze, da alcuni ritenute eccessive, così Mussolini si giustificò: «Per poche migliaia di uomini che non v’erano perdemmo Adua: non commetterò mai questo errore.

Voglio sprecare per eccesso e non mai per difetto».

Nel frattempo, la Società delle Nazioni, proseguendo nel suo tentativo di conciliazione, nominò una commissione di arbitraggio, formata da due rappresentanti italiani e due etiopici, ma il risultato fu nullo. Intanto De Bono predisponeva i piani per accogliere non solo il corpo di spedizione, ma anche un forte contingente di lavoratori, oltre cinquantamila e, centinaia di automezzi pesanti fra cui il famoso Fiat 634, dico famoso perché fece un lavoro incredibile con la sua capacità di affrontare qualsiasi tipo di strada. Lo chiamavano semplicemente il «34».

Circa le operazioni in Eritrea, il nostro comando in Italia, avrebbe voluto che iniziassero in Settembre.

De Bono fece però sapere che poteva essere pronto solo verso il 5 di Ottobre, ma Mussolini ordinò perentoriamente che l’attacco doveva iniziarsi il 3 Ottobre e così fu.

Il piano per la Somalia prevedeva invece una temporanea posizione difensiva, ma Graziani rispettando solo in parte le direttive avute, effettuò una serie di attacchi lungo il confine etiopico per eliminare piccoli presidi e assaggiare la consistenza delle forze nemiche. In campo politico le cose si stavano però mettendo male per l’Italia, perché la Società delle Nazioni la denunciò chiaramente come nazione aggressiva applicandole sanzioni, fra cui il totale embargo sulla fornitura di anni, la concessione di prestiti, e affidando nel contempo alla Francia e all’Inghilterra il compito di tentare un estremo tentativo di salvataggio della pace, però anche questa volta senza esito.

In Eritrea nel contempo, la macchina bellica Italiana si era posta in movimento operando su tre direzioni parallele, verso Adua, verso Enticciò e verso Adigrat. La direzione Adua avrebbe aperto la via verso il Tacazzè, mentre le altre si sarebbero riunite per procedere verso

Macallè. Tutto ciò avvenne puntualmente quasi senza incontrare resistenza e le truppe italiane, superato rapidamente Macallè, si portarono sotto l’Amba Alagi. A questo punto il comando delle operazioni in Eritrea fece sapere che era necessaria una pausa per aggiustare le linee raggiunte e fare affluire rinforzi.

Ma Mussolini non si trovò d’accordo e inviò il suo Capo di Stato Maggiore, il Generale Badoglio, con l’ordine di riprendere immediatamente l’offensiva, esautorando così De Bono.

Sembrava strano che le forze etiopiche non cercassero, anche per motivi politici, di ostacolare

l’avanzata delle forze italiane, ma presto questa tattica si rivelò una trappola. Difatti in tutto silenzio esse ammassavano ingenti truppe nel Tembien allo scopo di attaccare il fianco delle truppe italiane. Il comando italiano mancando di un buon servizio di informazioni fu preso alla sprovvista. In quel luogo si trovavano solo quattro battaglioni di Camicie nere, al comando del Generale Diamanti, e alcune migliaia di soldati di colore, con alcune decine di carri armati però di difficile impiego in quelle zone impervie. Le camicie nere, completamente accerchiate, si difesero eroicamente, ma furono totalmente annientate. Famoso fu l’episodio della morte  eroica del cappellano militare Padre Reginaldo Giuliani, che destò grande eco in Italia. Badoglio, che era giunto da poco in Eritrea, subito inviò sul posto ingenti forze, fra cui la divisione 28 Ottobre della milizia. Non potè impedire il massacro degli uomini di

Diamanti, ma vinse la battaglia potendo così tranquillamente riprendere l’avanzata tanto cara a Mussolini. Il comando etiopico aveva disposto, come ultimo baluardo per bloccare l’avanzata su Mai Ceu-Dessie, ingenti forze al comando di Ras Mulughetà. Queste forze si disposero a raggio nella zona dell’Amba Alagi la cui conquista sarebbe stata indispensabile per gli italiani. Le nostre forze grazie anche all’artiglieria e all’aviazione ebbero presto ragione della difesa. Ras Mulughetà mori in battaglia.

Purtroppo l’Italia fu costretta a usare l’iprite.

La vittoria del Tembien lasciò però vaganti varie bande etiopiche che non fu possibile rastrellare. Fu proprio una di queste bande che, il 13 Febbraio, attaccò il cantiere stradale della Ditta Gondrand. Sorpresi nel sonno, varie centinaia di operai italiani vennero per la maggior parte massacrati ed evirati. Sulla direttrice verso Gondar*12 le operazioni procedettero anche speditamente. Le forze nemiche al comando di Ras Immirù ammassate in prossimità del Tacazzè vennero sconfitte e nel contempo una colonna autocarrata di camicie nere al comando del Segretario del partito fascista, Achille Starace, puntò su Gondar, passando dal

bassopiano lungo il confine con il Sudan e in poco tempo la raggiunse.

A chiusura di queste sintetiche notizie dirò che, eliminate le difese etiopiche di Amba Alagi, la via fu pressoché libera verso Dessiè e Addis-Abeba. È da Dessiè che Badoglio inviò al Negus il seguente storico messaggio: «Mi trovo a Dessiè con un esercito imponente che Vostra Maestà ben conosce. Ora marcerò su Addis- Abeba. Vostra Maestà non mi può opporre che scarse truppe sfiduciate dalle gravi sconfitte subite. Se Vostra Maestà desidera entrare in trattative con me, sono pronto a inviare i miei plenipotenziari. Perché versare ancora sangue cristiano? Resta però inteso che io marcio egualmente su Addis-Abeba per

garantire la persona di Vostra Maestà e la tranquillità della capitale».

Non si sa se il Negus ricevette il messaggio, anche perché, temendo di essere fatto prigioniero aveva, in fretta e furia, lasciato la capitale per Gibuti e di lì per Gerusalemme.

Il 5 Maggio Badoglio a capo di una colonna di circa 1.800 automezzi carichi di soldati e di materiale bellico, raggiunse Addis-Abeba, praticamente senza incontrare alcuna resistenza. In effetti l’esercito etiopico era praticamente allo sbando, anche se fu poi in grado di iniziare una forte e pericolosa guerriglia, che l’Italia non riuscì mai a debellare. Anche Graziani dopo aver occupato Harar e Dire Daua avanzò rapidamente verso la capitale. Ambedue i generali Badoglio e Graziani furono insigniti del grado massimo di Marescialli d’Italia mentre Mussolini per sé e per il Re coniò il titolo di Marescialli dell’Impero.

In una storica adunata davanti a una folla oceanica e davanti praticamente a tutta l’Italia che lo

ascoltava per radio, Mussolini proclamò con grande enfasi:

«L’Impero è riapparso sui colli fatali di Roma».

E alla folla chiese se il popolo italiano sarebbe stato degno dell’Impero che aveva loro donato. La folla con un boato rispose: «Sì» al che Mussolini così replicò:

«Questo grido è come un giuramento sacro che vi impegna, innanzi a Dio e agli uomini, per la vita e per la morte».

Secondo le statistiche ufficiali le perdite italiane ammontarono a circa 5. 000 morti e a varie migliaia di feriti, mentre quelle etiopiche sarebbero state di circa 275.000 morti e centinaia di migliaia di feriti. Il 20 Maggio Badoglio rientrò in Italia dopo aver lasciato il comando al Generale Graziani, che poco dopo subì un attentato, non mortale, che scatenò la caccia all’etiope in Addis-Abeba e dintorni fatto, che sebbene inevitabile ritorsione, non fece onore al nostro paese. Il Negus il 30 Giugno 1936 leggerà alla Società delle Nazioni la Sua requisitoria contro l’Italia di cui riporto un brano:

«Io, Hailè Sellassiè, Imperatore d’Etiopia, sono qui oggi per reclamare quella giustizia che è dovuta al mio popolo... Mai sinora vi era stato l’esempio di un governo che procedesse allo sterminio di un popolo usando mezzi barbari e violando le più solenni promesse fatte a

tutti i popoli della terra, che non si debba usare contro esseri umani la terribile arma dei gas venefici. È per difendere un popolo che lotta per la sua millenaria indipendenza che il capo dell’Impero Etiopico è venuto a Ginevra per adempiere a questo supremo dovere, dopo aver Egli stesso combattuto alla testa dei Suoi eserciti».

Con le mie vicende eravamo rimasti alla fine di Ottobre del 1935, mentre rilevavo il percorso che la teleferica avrebbe avuto nella cosiddetta «valle delle sciminie». Appena ultimato questo tratto me ne fu affidato un altro nel bassopiano fra Dogali e Massaua. Qui, a differenza del primo tratto, eravamo esposti al sole per tutto il giorno e non c’era nulla, al di fuori dei casco, che potesse proteggerci dai suoi raggi micidiali. Si lavorava al mattino e alla sera e per le altre ore non c’era altra alternativa che passarle sotto la tenda, ma era una vera e propria sauna. Dopo il pranzo frugale con ciò che mi portavo al mattino da Massaua, dove passavamo tutti insieme la notte nella baracca della Ceretti, riuscivo anche a dormire. E proprio vero che quando si è giovani si riesce a dormire in qualsiasi condizione.

Fu in quel periodo che mi giunse notizia che una ditta di Asmara, la Sabic di Roma, necessitava con una certa urgenza, dei geometri per dirigere lavori stradali che la ditta aveva appaltato dal Genio Militare, nei territori da poco occupati dalle nostre truppe. Correva voce che lo stipendio era quasi il doppio di quello che ricevevo dalla Ceretti. Va tenuto conto che la sistemazione logistica nel bassopiano era una frana e poi, che il lavoro di rilevamento, presto o tardi, avrebbe avuto temine. D’altra parte non solo l’idea di raddoppiare la paga, ma anche una

certa sete di avventura, mi spinse verso la nuova direzione. Fu così che mi recai ad Asmara per

verificare se le voci corrispondevano a verità. Ero anche curioso di vedere bene Asmara. Vi ero andato con i colleghi una volta, ma per poche ore, quindi l’avevo vista solo di sfuggita. Questa volta avevo un permesso di due giorni così mi ripromettevo di poterla vedere per bene. Ma la prima cosa che feci fu di andare all’ufficio della Sabie. Fui intervistato direttamente dall’ingegner Rossi che ne era il titolare.

L’intervista fu brevissima. Esatta la notizia relativa allo stipendio, ma entro una settimana al massimo avrei dovuto partire. Il problema era di sganciarmi dalla Ceretti. Pensavo che fosse difficile, invece tutto andò liscio. Così in quattro e quattro otto passai le consegne a un collega che era giunto da poco dall’Italia e fui pronto per la nuova avventura……….

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